1994, IN VIAGGIO DAL PRIMO BINARIO

Mi sveglio con il mal di testa. Con gli occhi ancora chiusi vado alla ricerca di un’aspirina. Ieri sera ho bevuto e fumato troppo. Stamattina fa caldo ma è un giorno buono per partire. Prendo uno zaino e ci infilo un po’ di cose: mutande, calzini, magliette, il biglietto dell’Interrail e una bottiglia di ouzo. Arrotolo una stuoia di gomma e la lego sotto lo zaino, mi carico la chitarra e poi esco. Passo da Abdul, il marocchino all’angolo di via Caduti sul Lavoro che vende le sigarette di contrabbando. Abdul ride sempre, è sempre contento. Porta un paio di baffi doppi e neri come un pezzo di carbone, è alto e grassoccio e ha sempre i capelli arruffati. Insomma è un marocchino che non sembra venire dal Marocco. Ormai lavora qui all’angolo da quattro anni e appena mi vede arrivare si alza dalla sediolina di legno sgangherata e allunga la bocca in un enorme sorriso puntellato di denti marci e irregolari.
“Ciao fradello! Dove vai? Pardi?”.
“Sì Abdul, parto per un po’”.
“Ah, bene bene. Pardire fa sempre bene all’anima. Tu vuoi sigarette per viaggio?”.
Faccio un cenno con la testa ancora dolorante. Abdul si abbassa, fruga nella scatola di cartone e tira fuori una stecca di Lucky Strike fresche fresche di contrabbando. Nella scatola ha sempre poca roba, il grosso lo nasconde in un bustone nero che mette sotto un cassonetto dell’immondizia a una cinquantina di metri dall’angolo. E se arrivano gli sbirri gli sequestrano solo le sigarette nello scatolone. Le Lucky Strike sono tra le meno care e anche tra le più schifose. Costano duemila lire al pacchetto ma Abdul mi cede tutta la stecca per 17mila lire. Quando non c’è la moglie che lo controlla, mi fa sempre lo sconto. Abdul mi vuole bene, anche perché, quando si avvicinano le feste comandate, gli porto sempre qualcosa da mangiare o qualche giocattolo per i suoi bimbi. Apro lo zaino e ci spingo dentro a forza la stecca di Lucky Strike, poi lo saluto.
“Ciao ragazzo, fai buon viaggio e penza a tuo amico Abdul quando fumi mie sigarette”.
“Avrei un pessimo ricordo di te, Abdul”, rispondo, “perché le tue sigarette sono le peggiori in circolazione”. Risalgo via Settembrini e vado verso via Gemito. È ancora presto per andare in stazione e decido di ripassare con la mente le tappe del viaggio. Da Caserta a Roma; poi Vienna, Monaco di Baviera, Berlino, Copenaghen, Amsterdam, Parigi e ritorno. Ho un mese di tempo, ma i soldi basteranno a stento per la metà. Quando arrivo a via Gemito l’aria si fa più calda e cupa. C’è sempre una nuvola di polvere sospesa a mezz’aria che parte dall’angolo e riempie quasi tutta la strada. Alle spalle del marciapiede di destra, separato da inferriate divelte, un arido spiazzo profondo una ventina di metri e lungo poco più di duecento. Un piccolo deserto nel deserto. Ed è lì, in quella terra di nessuno che si concentra la peggiore fauna che questa città abbia mai potuto partorire. All’inizio ci sono i tossici, quelli che si fanno di tutto e che fanno di tutto per farsi. La mattina li vedi gironzolare davanti la Standa in attesa della vittima predestinata. Quegli stronzi in genere puntano le vecchiette o le mamme affaccendate tra buste della spesa e marmocchi. Quando vanno in astinenza barcollano persi nel vuoto, ma appena sentono l’odore dello scippo ritrovano per qualche secondo la lucidità. Seguono la preda come bestie affamate e all’improvviso gli strappano via la borsa. Poi via di corsa, a piedi o su qualche mezzo. Prima dal pusher e poi sotto i portici a farsi un’altra pera di quella schifosa eroina. Un giorno sì e l’altro pure, ne trovano uno morto di overdose con ancora la spada conficcata nel braccio. All’inizio la gente si sconvolgeva, tutti ne parlavano. Sui giornali, nelle case, al bar. Ora nessuno ci fa più caso, quelli sono morti viventi e che vivano come zombie o muoiano con la faccia spiaccicata su un marciapiede non frega più un cazzo a nessuno. Si dice che nella vita si debba provare tutto. Ma c’è già troppa merda in questa città e non capisco perché dovrei buttarmela anche nelle vene. Mi distolgo da questi inutili pensieri, è ora di andare. Mi precipito in stazione, sul primo binario vedo una sagoma eclissata da uno zainone con il sacco a pelo. È il mio amico Eugenio che, con gli occhi chiusi e il sorriso stampato sulla faccia, attende la voce metallica dell’altoparlante.
“Hai preso le sigarette?”, mi dice.
“Sì”, gli rispondo.
“E la bottiglia di ouzo?”.
“Sì”.
Sta arrivando il nostro treno, non abbiamo bisogno di altro. Il viaggio più bello comincia dal primo binario.

Gaetano Trocciola
ganox@hotmail.com

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