Non mi manca nulla del passato, quello che è stato lo porto sempre con me. Rimane tutto in una bolla di cristallo che il gigante del tempo continua a gonfiare con polmoni come mantici d’acciaio; e ci puoi guardare dentro, puoi spiare e ascoltare ancora quel fiato che ci gira dentro e come fumo descrive immagini come nuvole che adesso sono coniglio, adesso sono donna, adesso sono serpe e poi solo nuvole. Quel fiato che è semplicemente racconto perché senza passato racconto non c’è. Il passato non mi manca, mi mancano i vecchi che lo raccontano e non è vero che non ci son più vecchi, ci sono solo vecchi che non hanno nulla da raccontare perché sono stati giovani senza una vita. E il mio editore non me ne vorrà se, in questa inutile rubrica, stanotte sarò qui a celebrare l’ultimo racconta storie di quell’Italia che davvero ha contato e che sta morendo, di cui mi sento nipote e da cui mi piacerebbe ascoltare altre centinaia di storie. Non un condannato, non ancora un uomo morto, solo un grande vecchio: il grande vecchio. Zu Nené, alias Andrea Camilleri – Porto Empedocle, 6 settembre 1925.
La necessità di raccontare o di stare ad ascoltare è necessaria e all’inizio non si sa mai dov’è che vada a parare. All’inizio c’è oscurità nelle parole per chi le parla e per chi le sta a sentire, sono come vetri sporchi da cui si possono percepire solo ombre in movimento come nel teatro tradizionale cinese wayang kulit. Ma poi le parole diventano storia e la storia è occhio che riesce a superare quell’opacità. Perciò narrare diventa necessario, perché se le parole sono vita allora solo raccontando possiamo rendere la nostra vita chiara, possiamo superare quell’opacità che non ci fa vedere. Allora il racconto non è più solo conseguenza del tempo ma memoria del tempo. Questo fa zu Nené, si siede e racconta e che lo faccia con la bocca o che lo faccia con la penna non ha importanza, importante è stare ad ascoltare per chiarire la vita, per capire la vita. Zu Nené fa così, usa parole semplici perché ai nipoti bisogna spiegarle bene le cose, bisogna rendergli il linguaggio comprensibile affinché possano prima di tutto appassionarsi alla storia ed immedesimarsi nei personaggi; affinché possano far entrare quei personaggi nella loro vita reale e dare loro la possibilità di svelargli il loro tempo. Zu Nené usa spesso il dialetto ed il dialetto non è la lingua degli schiavi perché chi parla il dialetto conosce già la lingua dei signori e quindi può parlare due volte, è uomo libero perché conosce un’altra versione della stessa storia. Ha un punto di vista laterale e spesso le cose viste di profilo hanno molta più personalità, come i nasi ad esempio, come il naso di zu Nené. Zu Nené a volte sembra che si incazzi, ma così non è; lui è uno che racconta le cose come stanno perché chi sa stare calmo e zitto non ha niente da dire. A lui piacciono le persone che osano e me lo ha pure detto – Io adoro chi osa. Odio chi usa. Lui è uno simpatico, che fa ridere senza fare le battute perché per far ridere non c’è bisogno di divertirsi. Zu Nené è uno con cui si può bere anche più di un bicchiere di vino, perché lui non ti giudica, anzi ti sta a guardare cercando di capire, perché dietro ad un giudizio si potrebbe nascondere la malsana idea che siamo tutti uguali. Zu Nené ha il potere sulla misura del tempo, ha quel potere che possiede solo chi conosce la fine della storia e la racconta senza averne nessuna paura. – Zu Nené, sono le 02:47, è il 20 Giugno e tutto va bene, finisco di leggere una cosa e me ne vado a letto.
– Chiudete bene la porta. Io arrivo senza rumore, con le mani guantate di nero. Non sono un tipo brutale. E neppure vorace e stupido. Sulle mie tempie e sui polsi potreste ammirare il disegno delicato delle vene, se ne aveste l’occasione. Ma io entro nelle vostre stanze soltanto a tarda notte, quando l’ultimo degli invitati è andato via, quando i vostri orrendi lampadari si sono spenti, quando dormono tutti. Chiudete bene la porta. Io arrivo senza rumore, con le mani guantate di nero. Vengo solo per alcuni istanti, ma sette sere su sette e in tutte le case senza eccezione. Non sono un tipo brutale. E neppure vorace e stupido. La mattina, quando vi svegliate, contate i vostri soldi, i gioielli, non mancherà niente. Nient’altro che un giorno della vostra vita. (Ágota Kristof)
Ti voglio bene zu Nené.
Riccardo Ceres
riccardoceres@gmail.com
