SPECIE NON UMANE

Scrivo queste poche righe per dire che Io e Crudo – con buona pace del blasonato Pignataro – non abbiamo rivali quanto a capacità di comprensione in fatto di pizza. Crudo in particolare.
Il suo naso è in grado di scovare anche la più blanda sfumatura di crusca, ed è lì che risiede la sua sapienza ancestrale… Quindi, poiché in questo mondo ognuno può dire ciò che gli pare, ma tanto alla fine quello che conta sono i like, anche noi diciamo la nostra.
In primo luogo, affinché un campionato del mondo possa dirsi tale, occorrono tre cose: che la competizione sia realmente internazionale; che i partecipanti siano davvero i migliori, e quindi, siano stati attentamente selezionati; e che la giuria sia composta da soggetti essenzialmente terzi rispetto a qualsiasi tipo di interesse. Deve essere una competizione autorevole. In mancanza anche di uno soltanto di questi elementi non è possibile che il vincitore possa fregiarsi del titolo di… “Pizzaiolo campione del mondo”! Insomma, al di là dell’ilarità che questa cosa potrebbe suscitare in alcuni, i pizzaioli, casertani e non, ci tengono particolarmente a questo titolo, di questi tempi ben più redditizio di una laurea in lettere… C’est la folie des temps modernes!
Ad ogni modo, io e Crudo siamo andati a mangiare nel ristorante dell’attuale campione del mondo, prima che ricevesse il titolo, ed è accaduto qualcosa di inaspettato.
Francesco Martucci, della pizzeria “I Masanielli”, è ormai una celebrità internazionale, in particolare, per la sua ricerca sulla cottura della pizza, oltre che per quella relativa agli ingredienti.
Ne ha fatta di strada, da quando, garzone nella pizzeria di famiglia, si confrontava con le prime stesure… Dovete sapere che la prima volta che venni a Caserta fu perché fui invitato a partecipare a una trasmissione televisiva in onda su una rete locale, saranno stati i primi anni duemila… Vent’anni fa. Dopo aver registrato la puntata, insieme ai produttori e alla direttrice, ci intrattenemmo con un fugace déjeuner, e fu allora che conobbi la pizza de I Masanielli per la prima volta, sì perché a quei tempi Francesco era già pizzaiolo e da quella piccola bottega nei pressi di un chemin de fer già sfornava pizze succulente che giornalisti e operatori, dalla redazione, ordinavano regolarmente.
Insomma, lo conosco da sempre e la qualità c’è sempre stata.
Nel ristorante “I Masanielli” sulla strada nazionale Appia, ero già stato altre volte, ma volevo riprovare, anche alla luce dei trofei più recenti.
Ho, quindi, prenotato un tavolo per una sola persona e sono andato lì a pranzo con Crudo, mon petit ami quadrupède qui adore la pizza, adora la pizza, è la cosa che più lo appassiona.
Era la fine di luglio, in una giornata calda e assolata, di quelle che agli anziani come me consigliano di restare tappati in casa. Indosso la maglietta più leggera che ho, bermuda, scarpe comode e via. In auto da casa mia sono pochi minuti. Il parcheggio è semplice da trovare e all’ingresso non c’è nessuno prima di me, né dopo, la prenotazione era per le quattordici, a fine turno, stratégique.
In realtà, non c’era nessuno neanche per strada e sembrava di essere nel bel mezzo del nulla.
Alla porta la maschera ci accoglie in una piccola anticamera, una stanzetta scura con soltanto la lista delle prenotazioni, la temperatura era finalmente normale, e via dalla calura la mia mente tornava ad orientarsi nello spazio e nel tempo.
Crudo si piazza subito con la pancia a terra e lei, dopo aver controllato ciò che doveva, senza manifestare alcun disappunto per la specie non umana, ci invita a seguirla nella sala.
Apre la seconda porta e ci troviamo catapultati in un luogo che sembra adimensionale, scuro, le tende chiuse a sigillare l’illuminazione artificiale. Tutti i tavoli occupati e alle pareti quadri che raffigurano personaggi celebri della cultura U.S.A. …
Mi accomodo a un tavolo a metà strada tra il forno e il bancone bar, lato parete. Crudo lato interno. Il servizio è super efficiente e nel giro di poco arriva il mio antipasto, la frittatina “classica”, con bucatini, besciamella, pomodorini gialli, ragù di manzo, prosciutto cotto, aglio orsino, fiordilatte, pecorino e parmigiano. Squisita, frittura da manuale, perfetta. In bocca si scioglie regalando vibrazioni e pelle d’oca.
Tra l’antipasto e la pizza mi concentro sugli altri ospiti, sento parlare lingue straniere, accenti diversi, e mi tornano alla mente un viaggio in America e le dining room degli alberghi. L’atmosfera era esattamente quella.
Crudo era in estasi da aria condizionata, mentre a me stava venendo un accidente non avendo pensato, con quasi quaranta gradi, di portare un maglioncino. Mi guardavo intorno in attesa della pizza quando scorgo un altro amico a quattro zampe, di parecchio più piccolo di Crudo, tutto nero… Una cucaracha, un beatle, come dire… Un cafard! Parbleau! Cerco complicità nello sguardo di qualche altro astante, ma niente, tutti distratti dai sapori non lo vedevano mentre, quatto quatto, guadagnava l’ombra di un tavolo ormai già vuoto. Chiamo il cameriere e con discrezione segnalo l’accaduto, lui mi guarda – dispiaciuto ma non sorpreso –, poi individua l’insetto, si dirige verso di lui e seccamente, lo schiaccia con il piede. Con altrettanta disinvoltura, torna al suo daffare. Il cadavere dell’insetto resta lì.
Proprio in quell’istante mi arriva la pizza. Buona, buonissima, come sempre, ma tant’è. La poesia era ormai svanita, il pensiero altrove, le papille gustative in sciopero. Tornerò.
Bonsoir, Monsieur Cafard.

Antoine Igos
antoineigos@gmail.com

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