“Rendere invisibile, celare allo sguardo, nascondere, coprire”
Studiano, leggono, pescano, passeggiano, aspettano, vanno a lavorare, a fare shopping, si incontrano con le amiche. Lo sguardo spesso rivolto al mare, al Kara Deniz, il Mare Nero, così chiamato in contrapposizione all’Ak Deniz, il Mare Bianco, il Mediterraneo.
Uno sguardo invisibile, celato, nascosto, coperto, difficile da incrociare. Uno sguardo che se provi a coglierlo, volge altrove.
È qui che le ho osservate tanto, lungo la costa della Turchia che si affaccia sul mar Nero.
Le ho osservate da lontano, chiedendomi spesso “perché? perché lo indossano?”. Per tradizione religiosa? Per imposizione? E se rappresentasse il rifiuto della globalizzazione, non solo in ambito culturale, ideologico e religioso, ma anche estetico? A volte sono così evidenti la cura e l’attenzione con cui scelgono quale hijab indossare.
Emancipazione, quindi, come scelta personale che non passa per il gesto di togliersi il velo, ma si configura nell’idea di libertà di scegliere in quale campo e con quale oggetto affermare la propria identità.
Io sono. Il velo mi rende più bella.
Per alcune di loro è così, non per tutte ma per alcune, forse molte, forse poche, è così.
Sedef, per esempio, ha scelto e deciso di indossare il velo a 28 anni, poco più di 10 anni fa, e si definisce una femminista. Dice che non c’è immagine più efficace di quella della donna con il velo per rappresentare l’Islam come religione oscurantista e maschilista. E invece, a dispetto dei luoghi comuni diffusi nei paesi occidentali, non è l’islam la causa delle condizioni di sottomissione di tante donne, quanto piuttosto le tradizioni patriarcali e misogine che dominano la società in cui vivono.
Il testo sacro dell’islam, nelle interpretazioni delle femministe ma anche di molte autorità religiose maschili, postula la assoluta parità di uomo e donna avanti a dio, prevede l’uso del velo ma non lo impone, vieta i matrimoni forzati, auspica che la donna possa studiare e lavorare, le garantisce il diritto al divorzio e quello all’eredità.
Dunque, la condizione di subalternità in cui vivono tante donne mussulmane, sancita da molte legislazioni coraniche, non trova giustificazione nel testo sacro e nemmeno negli insegnamenti e nella vita del profeta Maometto, che descrivono le prime comunità di credenti come luoghi dove la donna acquista diritti e piena dignità.
Se non ci sono motivazioni religiose, il ruolo marginale della donna è frutto di una società patriarcale, discriminatoria e misogina che ha sempre interpretato il corano in chiave maschile.
Feyza, sua amica, mussulmana ma senza velo, annuisce e continua affermando che l’unica soluzione è l’istruzione e la cultura, solo così la donna potrà emanciparsi.
Ma, secondo lei, per emanciparsi, è necessaria e fondamentale anche l’abolizione del velo.
Grazie ragazze.
Giuliana Rogano
giulianarogano@gmail.com
