Come la primavera, come quel profumo di zagare e di gelsomino che ti avvolge una volta l’anno. Un giorno d’inverno esci a comprare le sigarette e dopo il secondo scalino, dal piede pesante, ti trovi col naso all’insù. Cani da tartufo naso e sguardo basso, cani da primavera naso e sguardo alto. In realtà sempre cani. Con il naso bagnato dalle stagioni che li dominano. E non venite a dirmi che non esistono più le mezze stagioni perché non sono mai esistite, sono sempre state contemplate nello scorrere del tempo. Almeno di questo tempo che differisce da “questi tempi”. Come la primavera cercheremo di abbandonarci ad un concetto nuovo, dando un po’ più peso alle parole. Ancora di più. Fuori la musica. Parliamo un po’ più di parole. Sarà una rubrica con ancora meno successo, ma d’altro canto il successo dipende da tre cose: da chi parla, da cosa dice e da come le dice. E di queste tre, il cosa dice è la meno importante. A volte le sole parole sono molto più dure se sono sole. La musica addolcisce. Un film senza musica nell’accezione di quello che ci aspettiamo cosa sarebbe? Un pensiero senza musica cosa sarebbe? Ma la sfida è proprio questa. Cercare di andare oltre, le cose facili le lasciamo agli uomini della domenica in tute acetate, quelli che non sanno gestire il respiro profondo prima del balzo. E come in musica, con le parole, spesso si rimane soli anche se circondati da centinaia di lettere. “O immane desolazione, persi nei torridi labirinti, tra le stelle lucenti su questo tizzone esausto e spento, persi! Muti cerchiamo la grande lingua dimenticata, la strada perduta per il cielo, un sasso, una foglia, una porta nascosta. Dove? Quando?”. Piccolo brano tratto da O lost di Thomas Wolfe. Perché parlare di Wolfe? Perché Thomas è il padre della Beat Generation. T. Wolfe nasce il 3 ottobre 1900 ad Asheville, Carolina del Nord. Iscritto presso le scuole pubbliche, ebbe la fortuna di incontrare ottimi insegnanti e di appassionarsi velocemente alla letteratura, avvicinandosi alle opere di Walter Scott, Dickens, Stevenson, Allan Poe e molti altri. Dedito alla drammaturgia, diventa ben presto la punta di diamante del giornale della sua scuola e quando decide di dare alle stampe Welcome to our city, una pièce autobiografica, trova di fronte a sé una forte opposizione da parte della classe editrice. Sconfortato, accetta un posto come insegnante alla New York University e lì rimane per sei anni. Intanto comincia la stesura di quello che diverrà O Lost , il suo primo capolavoro. Parte per l’Europa e durante il viaggio conosce l’amore della sua vita, Aline Bernstein, donna sposata e di venti anni più grande. Non separata dal marito, Aline ospiterà Thomas in un piccolo appartamento e lo foraggerà intuendone la grandezza letteraria. Poco dopo il suo ritorno negli States riceve la notizia che la prestigiosa casa editrice newyorchese Scribner’s Sons (Hmingway e Scott Fitzgerald) è interessata al suo primo romanzo. Si racconta che Wolfe abbia terminato le ultime pagine del libro scrivendo in piedi ed usando come scrittoio il frigorifero della Bernstein. Proprio alla Scribner’s Thomas fa l’incontro cruciale della sua vita, conosce Max Perkins, editor che gli cambierà la vita e che molte malelingue descrivono come la vera chiave del successo di Wolfe. O lost è un successo e Thomas si immerge nella scrittura dando vita a fiumi interminabili di parole che Perkins taglia incessantemente come una mietitrebbia. Dopo circa un anno e mezzo di lavoro la Scribner’s pubblica Il fiume e il tempo che sancisce il definitivo ingresso di T. Wolfe nel gotha della letteratura americana. Dedito all’alcool, dopo aver abbandonato Aline e dopo aver litigato con Max Perkins per gli innumerevoli tagli al suo ultimo libro, Thomas parte nuovamente per l’Europa ed in Germania assiste alle discusse Olimpiadi del ’36. Proprio in virtù della sua permanenza in quella Germania ormai nazista, in patria, alcuni passaggi de Il fiume e il tempo cominciano ad essere descritti come fortemente antisemiti; così Wolfe di ritorno dalla Germania, ormai subissato dalle critiche, si rifugia nella profonda provincia americana. Tra una parola ed un’altra e tra una pinta di whisky e l’altra frequenta bettole e luoghi non certo noti per la loro salubrità; e un giorno un forte capogiro lo convince a farsi visitare da un medico. Una rara forma di tubercolosi cerebrale ed in due settimane T. Wolfe lascia questo mondo a 38 anni, da solo, catatonico in un piccolo ospedale a Providence. Amici, editori e familiari scopriranno a breve che Thomas ha completato altri due libri. The web and the rock ed il suo seguito You can’t go home again. “Una pietra, una foglia, una porta non trovata; di una pietra, una foglia, una porta. E di tutte le facce dimenticate. Nudi e soli siamo giunti all’esilio. Nel suo grembo oscuro non conoscevamo la faccia di nostra madre; dalla prigione della sua carne entriamo nella prigione indicibile e incomunicabile di questa terra. Chi di noi ha conosciuto suo fratello? Chi di noi ha guardato nel cuore di suo padre? Chi di noi non è rimasto per sempre prigioniero? Chi di noi non è per sempre un estraneo e solo? O spreco di perdite, nei labirinti infuocati, perso, tra stelle luminose su questa cenere più stanca e scura, persa! Ricordando senza parole, cerchiamo la grande lingua dimenticata, il vicolo cieco perso in cielo, una pietra, una foglia, una porta non trovata. Dove? Quando? O perso, e dal vento addolorato, come un fantasma, torna di nuovo”. Anche se in fondo sai che non puoi ritornare a casa. Una vita persa è persa per sempre.
Riccardo Ceres
