DIRITTO DI PAROLA

Dilaga, in modo stucchevole, a volte buffo, l’autoreferenzialità degli esperti da tastiera, formidabili trasformisti dalle mille inclinazioni, mirabili uomini di lettere, umanisti tout court, ondeggianti poliedricamente tra (citazioni di) filosofi orientali, acute osservazioni architettoniche, elzeviri d’arte moderna e approfondimenti giuridici alla stregua di Franco Coppi o di Gustavo Zagrebelsky. Il tutto, va da sé, copiosamente testimoniato dalla intensità rappresentativa del selfie. Scomodare Eco e la sua celebre frase (“I social permettono alle persone di restare in contatto tra loro, ma danno anche diritto di parola a legioni di imbecilli che prima parlavano al bar dopo un bicchiere di vino e ora hanno lo stesso diritto di parola dei Premi Nobel”) diventa persino pleonastico. Al di là delle ironiche, quanto realistiche, note di colore, le diffuse autoproclamazioni di sapienza inducono, nel gioco degli opposti, alla ricerca – non facile – del profilo del vero uomo di cultura, o, per meglio dire, dei suoi tratti più o meno identificativi. Chiedersi che cosa una persona debba sapere perché possa essere ritenuta colta è un po’ come chiedersi che cosa debbano avere un uomo o una donna per essere ritenuti belli. Non sapremmo dirlo, ma quando i nostri sensi incrociano profili di bellezza assoluta, non abbiamo un attimo di incertezza nel riconoscerla, al netto delle banalità in ordine al carattere relativo dei gusti. Allo stesso modo, non può non riconoscersi che alcune eminenti figure a cavallo tra questo secolo ed il ’900 – quali Federico Fellini, lo stesso Umberto Eco o Raffaele La Capria, filosofi quali Nicola Abbagnano, Norberto Bobbio od Aldo Masullo, ed ancora architetti visionari come Gae Aulenti o Stefano Boeri – siano state o siano persone coltissime, seppur non sempre condivisibili nelle proprie opinioni. Ma quali potrebbero essere i segni inequivocabili della cultura in una persona? Il primo potrebbe essere la memorabilità e la concisione del pensiero, combinate alla carica emotiva che quest’ultimo suscita nell’interlocutore. Celebri, in tal senso, furono le scarne quanto significative parole di un grandissimo uomo di Stato, Isacco Rabin, le stesse che gli costarono la vita: “La pace la si fa con i nemici, non con gli amici”. Senza concisione e memorabilità si ha solo l’erudizione, senza cultura. Ma senza la carica emotiva, derivante dall’aver dato forma compiuta ad una verità profonda, si hanno solo slogan e frasi ad effetto, che sono cosa ben diversa dalla cultura. Il secondo segno è una immensa familiarità con la radice delle cose. I rami ed il tronco sono a tutti visibili, ma per vedere le radici stesse occorre l’occhio della mente, cioè la cultura. Un noto matematico napoletano, Renato Caccioppoli, disse: “Sostenere che il mestiere del matematico consiste nel dimostrare teoremi sarebbe come sostenere che il mestiere dello scrittore consiste nello scrivere frasi”. Altro segno inequivocabile della persona di vera cultura è, probabilmente, saper mettere insieme campi distinti, come accadde negli anni d’oro del cinema italiano in cui i grandi registi “costruivano” film insieme a poeti, letterati, grandi musicisti come Nino Rota o Giorgio Moroder. Mettere insieme campi vuol dire scoprire identità sostanziali tra le radici delle cose, non divertirsi a trovare vaghe analogie. Lo scopritore della vitamina C, Szent Gyorgi, ungherese naturalizzato statunitense, ad un giornalista che cercava di carpire il segreto della sua scoperta, rispose: “Trovai curioso che il succo di limone ribollisse in una densa schiuma, a contatto con la pietra pomice”. Ultimo segno inconfondibile, forse, della vera cultura è il talento di indovinare giusto prima degli altri e spesso, andando controcorrente. Questa capacità è basata su un’attenzione speciale ai dettagli, sullo scorgere in anticipo l’evoluzione delle cose, invisibile ai più, sul riconoscere i ritorni del (e al) passato. Già, si dice, infatti, che per chi è senza cultura (del vivere) tutto appare sempre nuovo.

Vittorio Pisanti
vittopisanti@gmail.com

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