Il peso della busta è incongruente con l’apparente contenuto e mi coglie di sorpresa.
Una figura minuta, china, vestita di nero arranca davanti a me, anziana. Cosa fa una donna d’età… trascinare pesi così dentro la stazione di Napoli alle cinque.
Oggi fa caldo, pochi minuti al treno ma l’accosto, prendo la busta di carta lucida da boutique.
Si intravedono giornali quotidiani, una fettuccia tiene insieme i due manici, su quella devo fare presa.
Lei ha una grande busta nera dell’immondizia, piena, a tratti la mette sulle spalle come un sacco. Ha una borsetta poi, nera come il resto, con tutto quel poco di fardello la borsetta pure.
Avrà l’età di mia madre, la pelle cotta dal sole, è stravolta, si ferma continuamente a prendere fiato e l’ho temporaneamente alleggerita della metà dell’ingombro, ma faccio fatica anche io. Guardo la mia busta e questi quotidiani, una plastica sopra protegge il contenuto. Mi sorride con garbo, parla a tratti e senza inflessioni, io che calcolo come è possibile che un tot di giornali così in questo spazio pesi tanto. Com’è che li sta portando questa donna e dove. Mi ripaga di sorrisi dolcissimi mentre raggiungiamo le scale della circumvesuviana. Io che penso.
Mi viene il ricordo di lei, ho capito. È la donna che si accasciò svenuta davanti a me nemmeno un mese fa. Anche allora c’era la busta di giornali e lei per terra. Quel giorno mi ero incantata su quella dentatura sofferente, ma un attimo. Una dentatura che si muoveva in un lamento non udibile. E la voce d’uomo arrivava a me come in lontananza, al telefono… È il 118? C’è qui una donna a terra. Io sempre davanti a questi denti, una dentiera precisa che si muove piano. La mano sulla fronte mentre riprende conoscenza.
E ancora a pochi metri, io, davanti al carabiniere a chiedere: “Ma non c’è un pronto soccorso alla stazione di Napoli?” E lui: “…Non più”, mi dice.
Mentre mi sembra una cosa assolutamente necessaria un pronto soccorso nella stazione di Napoli, mentre il 118 tarda ad arrivare e i due uomini che hanno chiamato mostrano segni di impazienza, mentre il carabiniere esce e guarda più per curiosità che per altro, il mio treno sta quasi partendo.
La donna, mi dissero il giorno dopo, si alzò e corse via mentre il centodiciotto arrivava, mentre il mio treno partiva, mentre il carabiniere tornava alla sua scrivania, mentre i due cercavano di spiegare a qualcuno l’accaduto.
Ora è di fianco a me la donna. L’unica domanda che riesco a farle è: “Ma è tanto che cammina così?” Con questo grande sorriso che sta dentro anche ai suoi occhi verdi dice: “Da lontano”.
Non so chi sto aiutando a portare cosa, adesso. La scala mobile rulla giù mentre mi dice: “Non so come ringraziarla… Lei è una donna elegante” (mi dice così adesso). E poi mentre si allontana: “Gioia, grazie”. “Gioia!” lo ripete esclamato. Io sono incredula, dentro questa stazione, Napoli piazza Garibaldi, dove ognuno va e viene con piccoli o grandi segreti in una busta o chissà dove, a volte le vite si toccano, un attimo.
Grazia Coppola
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