LADRO DI GELATI

Alcune settimane fa, a Caserta.
Forse alcuni di voi già sanno che abito in una piccola frazione chiamata San Leucio, dove c’è parte – forse la migliore – del genio borbonico, giacché fu proprio qui che si mise in pratica per la prima volta il sistema socialista teorizzato dagli illuministi. Parbleau! Starete senz’altro esclamando, eppure è proprio così. Fu re Ferdinando IV di Borbone a volere che a San Leucio di Caserta sorgesse un’industria serica, poi diventata tra le migliori al mondo, e che la vita degli operai della seta fosse organizzata in modo da riconoscere pari diritti a uomini e donne, un giusto salario, un’abitazione nei pressi dell’impianto produttivo. Magnifique. “Statuto leuciano” è il nome del complesso di norme che regolavano il funzionamento della Real Colonia della Seta…
Tutto questo però non c’entra assolutamente nulla con quanto volevo raccontare.
Ero uscito a piedi, avevo un appuntamento in piazza con una donna molto bella, di cui – per discrezione – preferisco non fare il nome e che quindi chiamerò Gin.
A Caserta, a parte architettura e beni storici, si eccelle essenzialmente in due campi culinari: la pizza e il gelato… Per fortuna mia, del mio amico quadrupede Crudo, e di tanti altri mangioni come noi.
Ebbene, era l’imbrunire e faceva ancora molto caldo, eravamo stati a cena in un piccolo ristorante specializzato in cucina di mare e avevamo bevuto un ottimo bianco della casa, fresco e dissetante. Allegri, abbiamo preso l’auto e ci siamo spostati in centro.
Mentre passeggiavamo sul Corso Trieste – io provavo a sedurla con racconti avventurosi, lei sorrideva lasciandosi guardare –, ci troviamo nei pressi di una gelateria, aperta da un paio di anni, forse la migliore in città, La Fenice.
Ero già stato in quel posto e sapevo che era un luogo di grande attenzione al prodotto.
Guardo Gin e lei mi fa cenno di entrare. Ca va sans dir, in un secondo ero lì a studiare le proposte. Al bancone c’erano due commesse e dopo di noi erano entrati due uomini, amici, forse ex compagni di classe, un terzo era rimasto fuori, eterogenei.
Uno dei due indossava una camicia verde pisello… A maniche corte… Infilata nei jeans… Ed era sudato al punto da emanare un terribile olezzo. Un film horror, praticamente. Mi confonde. Disorientato, chiedo il gelato per Gin, che sceglie incredibilmente “arachidi e caramello salato…” (bah!). Due chiacchiere sottovoce per raccomandarle di stare attenta a quei due e poi… Accade l’impensabile: la ragazza che con grande maestria si stava occupando della nostra ordinazione, decide inspiegabilmente, dopo aver preparato a Lulù un cono perfetto, di dedicarsi alla coppia di amici, il primo dei quali – quello con la camicia verde e il putrido olezzo – aveva subito chiesto, badate bene, “nocciola e caffè”.
Io, esterrefatto dal comportamento della commessa, brava e dannata col senno di poi, alla collega chiedo un cono piccolo “nocciola e pistacchio”, j’aime les combinaisons étranges!
Sarebbe dovuto essere un momento idilliaco, perché i gusti sono incredibilmente fedeli e leggeri, e perché sono i gusti che scelgo da sempre e mi riportano indietro con la memoria, a tanto tanto tempo fa, e invece, dopo aver arbitrariamente invertito l’ordine dei gusti (folie!) ed essere riuscita a sistemare quasi un chilo di gelato su un cono davvero piccolo (folie!), lo porge non a me, ma all’uomo con la camicia verde, che – manco a dirlo – solleva il braccio per accogliere il candore di quel gesto. Mi muovo per intervenire tosto, ma la via è sbarrata dalla zaffata sprigionata dal movimento del braccio avido di quell’ometto curioso.
Fortunatamente, lo choc dura solo una frazione di secondo, mi riprendo e riesco a batterlo sul tempo, impedendo alle sue ghiandole sudorifere ipertrofiche di toccare il mio gelato.
Esco da lì con una faccia stravolta, mi dice Gin al tavolino dove mi aspettava sorridendo, incredulo le racconto il fatto, e si ride a crepapelle.
…Cacahuètes et caramel salé, quelles saveurs folles!

Antoine Igos

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