Lo scarabeo d’oro racconta la storia di tre uomini: un nobile decaduto, il suo schiavo e un amico fidato, che si addentrano nella decifrazione dell’enigma posto da un rarissimo insetto esotico: uno scarabeo d’oro, appunto.
La loro ricerca porta ad un risultato sorprendente, ma non per chi, come il suddetto nobile decaduto, amico del narratore, è appassionato di codici cifrati. Vale la pena di annotare come Poe stesso si sia dedicato assiduamente allo studio e alla diffusione dell’interesse per la decifrazione. Questo racconto è stato il più complicato da decifrare nell’ottica de I Suoni di Allan perché Lo Scarabeo d’oro è tutto spostato verso il senso della vista e dell’osservazione del dettaglio visivo. Una cosa però gli appartiene nello specifico ed ha raccolto la mia attenzione di lettrice ad alta voce ed è di questo che vorrei parlarvi, prima di ascoltare il podcast.
Devo premettere che la totalità di questi miei esercizi proviene, originariamente, dalla collaborazione con LiberLiber, un progetto che offre audiolibri a non vedenti e a sofferenti di dislessia. Per questo motivo, allora, mi fu chiesto di mantenere l’interpretazione del testo il più piana possibile, per facilitarne così la comprensione a coloro che ne facessero uso a scopi didattici. Proprio in questo racconto ho, ciononostante, dovuto dare più spazio all’espressività. Nella storia, infatti, i personaggi parlano, si scambiano opinioni e riflessioni e si può dire che molto dell’intreccio è svolto per mezzo dei dialoghi.
La stessa voce narrante si identifica con uno dei personaggi e con lui possiamo sentire in prima persona l’eco degli accadimenti nell’animo del testimone: ordini, persuasione, amicizia, illuminazioni e preoccupazioni, tutti intrecciati nelle sottigliezze della vocalità, fino alla caratterizzazione stessa dei personaggi. La loro esitazione, i loro dubbi e ragionamenti, il loro entusiasmo, sono interamente giocati nel tono della voce. Pretestuoso? Forse lo è. Voglio, infatti, muovere da questo pretesto per parlare dell’impressione di verità, quell’impercettibile frequenza che permette di intuire l’intenzione, l’emozione, la sincerità e tutto ciò che le parole di chi si ascolta non dicono. Qui Poe si divertirebbe un mondo, ne sono certa; non posso infatti concepire che egli non abbia dato da pronunciare alcuna frase senza consultarsi prima con Allan: cosa nascondere nel suono di ogni voce? Il ritmo rotto delle parole di Jupiter, la gioia folle di Legrand di fronte alle proprie scoperte, le pose di distacco della voce narrante, la neutralità riposta nella pronuncia dei numeri. Ma, soprattutto, tutto, tutto il mistero che si cela in quell’ultima frase: “Chi può’ dirlo?”.
Da quella frase, o meglio, dall’inflessione data nel pronunciarla, dipende la chiusura dell’enigma che è anche un enigma umano, non solo matematico. Così, attraverso una storia un po’ esotica, un po’ giocosa, Poe-Allan apre ancora al mio sentire il dilemma della scelta, della linea sottile tra follia e ragione.
L’ultimo atto del piano del Pirata risiede nell’acquisizione della soluzione delle cifre misteriose, oppure nell’effetto che egli riuscirà ad ottenere grazie all’influenza che esse hanno nella mente labile del protagonista? è forse quest’ultimo dubbio, rivelato dalla voce dell’esecutore, già scritto nell’architettura della scoperta e nient’altro che uno strumento per preservare la perfezione circolare di un disegno razionalissimo e perverso? Lo sarebbe, se si assumesse che nel gioco entrasse l’elemento psicologico: la conoscenza dell’animo umano, che soggiace ad un’immensa avida curiosità.
Il finale è dunque aperto e lasciato risuonare nell’ immaginazione del lettore, che ha da scegliere se far decidere alla ragionevolezza o, invece, alla follia… “Chi può’ dirlo?”.
Mela Boev
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