Lockdown, quarantena, pericolo di contagio. La Pandemia da Coronavirus e i drastici provvedimenti necessari a limitare la diffusione del contagio, hanno riportato indietro nel tempo, il vostro vecchio marinaio, a più di quaranta anni fa quando, ventiquattrenne Sottotenente di Vascello imbarcato sul San Giorgio, un Cacciatorpediniere della classe Capitani Romani che aveva combattuto la seconda Guerra Mondiale, dopo aver scaracollato per l’oceano Indiano e fatto lunghe soste nei porti indiani, riprendemmo la via del ritorno dallo stupendo Sri Lanka (Ceylon). Spiagge meravigliose che, nei pochi giorni di sosta che seguivano le lunghe attività addestrative, spesso inseguiti dal monsone, ci sembravano paradisi di Gaugin o una riproduzione di Pitcairn, l’isola del Tenente Fletcher e degli ammutinati del Bounty. Riprendemmo il mare, rotta per Aden doppiando il corno d’Africa, prora finalmente verso casa dopo quattro mesi, e fu allora che cominciai a sudare più del necessario e a sentirmi caldiccio. Avevo troppo da fare per occuparmene ma a sera il caldiccio divenne febbre. Presi un’aspirina e continuai a rotare nelle turnazioni della guardia. Il giorno dopo, stessa evoluzione. Fu così che, passato qualche giorno con la febbre addosso, dovette intervenire il medico di bordo. Eravamo quasi una trentina in quelle condizioni. Per la prima volta conobbi l’isolamento a bordo. Eravamo oramai prossimi allo Yemen e ad Aden. Lo capimmo dai MIG sovietici che ci scortarono fino al porto sorvolandoci a bassa quota. Divieto di sbarco in porto. Attendemmo l’arrivo di un medico di Marina, celebre infettivologo, spedito immediatamente da Roma ad Aden via Mosca. In dodici ore era a bordo e ci sottopose lui stesso agli esami del sangue, con una batteria di iniezioni da fare, accompagnate dalla solenne prognosi: “quando passeremo Suez e tornerete a respirare l’aria del Mediterraneo vedrete che starete bene”. Così fu e la sosta a Istanbul si tradusse, dopo la quarantena, in una strepitosa, gagliarda voglia di vivere. Non dimenticherò mai la canzone napoletana rimaneggiata, divenuta con l’occasione l’inno della quarantena: “ ‘Na pillola, ‘na serenga, ‘na supposta…o paratif’ nuost’ e’ chistucca’ ”.
Pio Forlani
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