UNA DISCESA NEL MAELSTROM

Il suono del vento che sale. Il suono della raffica che sorprende. Il suono della barca fatta a pezzi. Il suono della paura. Ammetto che questo racconto mi ha regalato moltissime soddisfazioni sonore. Esso è a mio parere un ricco incastro tra visione e ascolto. Entrambe queste funzioni sono necessarie ad Allan-Poe per riuscire a superare una sfida che pareggia con quella del suo eroe: descrivere l’incomparabile, lo straordinario evento naturale. E se allo sguardo si pone ciò che potremmo chiamare un portento, all’orecchio gli stimoli sonori aiutano ad organizzare lo spazio finito e misurabile in cui questo stesso portento ha luogo. Non per nulla il presagio di quello che succederà si manifesta in primis con una raffica di vento improvvisa, da davanti, susseguita da una tempesta che abbatte l’albero maestro in un secondo. Tra questi due momenti, la calma assoluta. Non è forse questo un piccolo momento quasi musicale, fatto di sorpresa e sospensione? Già da prima il fenomeno del vortice si era fatto sentire con un suono teso come un urlo continuato, e la terra, sotto, allo sbattere delle onde, tremava. Immagino quasi come un basso continuo la manifestazione di questo fenomeno, come un’enorme vibrazione di mostruosa massa che si muove. Questo rumore, il rumore del Maelstrom o Moskoe-Strom (nome che non a caso assomiglia a Monster o Mostro o Monstre) è così forte da impedire a qualsiasi altro suono di farsi udire; anche se i protagonisti si urlano a vicenda nelle orecchie, non riescono a sentirsi. Solo il nome del Mostro si fa comprendere, a raggelare di fronte ad una sicura sconfitta. Il vortice che tutto porta con sé, l’enorme bocca che inghiotte perfino le balene come fossero noccioline, si diverte a devastare con attacchi, scrosci, boati, fischi, e costringe a chiudere gli occhi per poi sorprenderti con una visione che ammutolisce: il chiaro di luna che si mostra nella completa calma; anch’essa improvvisa e gigantesca, a invitare il superamento dello stesso sguardo nel Nulla in cui siamo destinati a cadere. In quell’istante tutto si quieta, il cielo si fa silente mentre osserviamo l’enorme spirale girare vorticosamente sospendendo perfino l’impressione della forza e la barca diventa una piuma. Ma quel silenzio improvviso, nel mezzo del frastuono, è come un segno della possibilità di un’idea, la premonizione di uno spazio per la meraviglia in mezzo al baccano indifferenziato dei pensieri. Credo che Allan volesse in quel silenzio anticipare una speranza che è abbandono di ogni speranza, quasi un desiderio di lanciarsi nel vuoto, prima dell’intuizione che ci salverà dal caos degli avvenimenti, del germe di ricordo che ci salverà la vita. Questa speranza è data dalla Scienza (nelle vesti di Aristotele e di un maestro delle elementari) che, osservando l’ordine delle cose, il Cosmos, (e il suono celeste delle sue sfere a spirale) ci insegna a non cedere all’attrazione dell’Abisso. Ma solo dopo quest’enorme sforzo di sintesi, solo dopo aver perduto tutto tranne la ragione, torneranno il sereno e la pace. Ma basterà la parola per raccontare cosa si prova nelle fauci del terribile Moskoe-Strom? Forse ci vorrà qualcosa di più. Ascoltiamo.

Mela Boev
mela.boev@gmail.com

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